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Leo non dormiva da tre notti.
Non davvero.
Chiudeva gli occhi, cadeva in una specie di pozza nera e dopo pochi minuti tornava a galla sudato, col cuore che sembrava voler scappare dal petto.
L’afa si era infilata dentro casa come una puttana insistente. Restava lì. Sdraiata accanto a lui. Respirava sulle pareti.
Alle cinque e mezza si alzò dal letto.
Le lenzuola puzzavano di sogni cattivi e sigarette spente male. Attraversò il corridoio in mutande, grattandosi la barba ruvida. La cucina era immersa in una luce sporca, già feroce nonostante l’alba.
Mise su il caffè.
Quello del mattino lo beveva sempre a casa. Amaro. Denso. Una specie di rito inutile per convincersi che la giornata avesse ancora un senso. Il secondo lo avrebbe preso al bar tabacchi vicino casa, guardando il culo della barista e fingendo interesse per il giornale del mattino. Gli esseri umani fanno queste cose per sentirsi vivi. O almeno per non sentirsi già morti.
Entrò in bagno.
Aprì il rubinetto. L’acqua uscì tiepida.
«Perfetto», mormorò. «Pure l’acqua s’è rotta i coglioni.»
Si insaponò lentamente il viso e prese il rasoio a lama libera dal mobiletto. Era vecchio, pesante, bellissimo. Non sopportava quei rasoi usa e getta di plastica colorata. Sembravano giocattoli per bambini depressi.
Si guardò allo specchio.
Per un attimo ebbe la sensazione che il riflesso fosse in ritardo. Una frazione minima. Ma abbastanza da fargli salire un gelo lungo la schiena.
Provò a sorridere.
L’uomo nello specchio no.
Leo rimase immobile.
«Minchia...»
Chiuse un occhio. Lo riaprì. Tutto normale. O quasi.
Fu allora che li vide.
Capelli castani. Lunghi. Sottili.
Sul bordo del lavandino.
Lara.
Erano ancora lì da mesi. Da quella sera assurda in cui aveva preso le forbici e aveva cominciato a tagliarseli davanti a lui, fissandolo negli occhi come una pazza o una santa. Era difficile capire la differenza.
“Così almeno smetti di dire che ti piacciono.”
Tac.
Tac.
Tac.
Ciocche sul pavimento come animali morti.
Leo li fissò per qualche secondo. Poi li spinse nel lavello con il dorso della mano. Lentamente. Come se avesse paura di toccarli davvero.
Il sole entrò dalla finestra in quel preciso istante.
La luce colpì la lama.
Un lampo bianco.
Violento.
Leo barcollò. Sentì un bruciore improvviso sulla guancia e subito dopo il sangue. Denso. Scuro. Troppo scuro.
Una goccia cadde nel lavandino.
Poi un’altra.
Rabbrividì.
Faceva caldo da morire eppure aveva freddo. Quel freddo interno che arriva quando qualcosa dentro di te si sposta leggermente di posto.
Prese l’allume di rocca e lo passò sulla ferita.
Bruciava.
Ma non abbastanza.
Niente sembrava abbastanza ormai.
Uscì di casa senza occhiali da sole.
Errore.
La luce gli esplose addosso come uno schiaffo. Le tempie pulsavano. Sentiva il cervello galleggiare nel cranio come un pesce marcio.
Al bar tabacchi comprò le Camel.
La barista lo guardò appena.
«Leo... tutto bene?»
Lui annuì.
Le persone fanno domande del cazzo anche quando hanno già capito la risposta.
Bevve il caffè in un sorso e uscì.
La strada verso il mare era deserta.
I binari tremavano sotto il sole. L’aria sopra l’asfalto sembrava liquida. La campagna odorava di terra secca, sale e roba morta da qualche parte.
Gli insetti giravano con cattiveria.
A metà della stradina sentì Lara ridere.
Nitida.
Vicino all’orecchio.
Una risata lenta. Cattiva.
Leo si fermò.
Silenzio.
Solo il vento caldo tra le sterpaglie.
«Vaffanculo», disse piano.
Ma non sapeva se lo stesse dicendo a lei o a se stesso.
La spiaggia libera era quasi vuota.
Meglio così.
Si spogliò in fretta e si buttò in acqua. Il mare era freddo solo in superficie. Sotto, più giù, sembrava febbre liquida.
Nuotò lontano.
Per qualche minuto non pensò a niente. Né a Lara. Né alla casa. Né alle ultime urla. Né a quella frase sputata da lei due settimane prima:
“Tu non ami. Tu consumi.”
Quella frase gli era rimasta dentro più del sesso, più delle litigate, più delle notti passate a distruggersi a vicenda nel letto come due animali che si sbranano.
Tornò a riva stanco.
Si lasciò cadere sul telo.
Chiuse gli occhi.
Il sole gli premeva sulle palpebre come un dito rovente. Allungò una mano verso i pantaloni per prendere le sigarette.
Toccò qualcosa.
Metallo.
Freddo.
Aprì gli occhi.
Il rasoio.
Ancora umido.
Leo lo fissò senza respirare.
Sulla lama c’erano tracce scure. Sangue rappreso.
Quasi nero.
Il cuore gli diede un colpo secco.
Non ricordava di averlo preso.
Non ricordava nemmeno di aver finito di radersi.
Si toccò la guancia.
Liscia.
Nessun taglio.
Niente.
Solo pelle sudata.
«Cristo di Dio...»
La voce non sembrava la sua.
Accese una sigaretta con mani tremanti.
La spiaggia era immobile.
Troppo immobile.
Un sandalo di bambino vicino alla battigia.
Una lattina schiacciata.
Una pallina sgonfia.
Tracce umane senza esseri umani. Come dopo una evacuazione improvvisa del mondo.
Leo si sdraiò.
Chiuse gli occhi un momento.
Solo un momento.
Quando li riaprì vide le divise.
Due carabinieri sopra di lui.
Uno gli bloccò il braccio.
L’altro tirò fuori il rasoio dalla tasca dei pantaloni usando un fazzoletto.
«È lui.»
Leo sbatté le palpebre lentamente.
Il mare dietro di loro brillava immobile, indifferente. Bello come certe donne che ti distruggono senza nemmeno accorgersene.
«L’ha sgozzata nel sonno», disse uno dei militari.
Leo sentì quelle parole galleggiare nell’aria senza riuscire ad afferrarle davvero.
Nel sonno.
Come si spegne un animale stanco.
Come si chiude una finestra.
Abbassò lo sguardo sulle proprie mani.
Sembravano mani di un altro.
Poi sorrise appena.
Un sorriso vuoto. Sfinito.
«Faceva troppo caldo», disse.
E si lasciò portare via.-
2015